Il dialetto trentino

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Il dialetto trentino

Con dialetti trentini si intende un gruppo di parlate romanze diffuse nella provincia di Trento, nella Bassa Atesina in provincia di Bolzano e anche nelle isole linguistiche di Stivor in Bosnia e Vale do Itajaí in Brasile, terre di emigrazione trentina nei secoli passati.

Comunemente le parlate trentine vengono indistintamente indicate come dialetto trentino. I dialetti trentini presentano tuttavia al loro interno una notevole varietà ed in particolare vi si incontrano due grandi sistemi linguistici distinti, ossia quello galloitalico e quello veneto, con inoltre zone aventi evidente substrato linguistico retoromanzo, oltre a quelle indubbiamente ascrivibili alla lingua ladina, a quella mochena ed a quella cimbra che non possono in nessun caso essere definite come dialetti trentini.

Fatta esclusione per le zone germanofone e quelle di lingua ladina il territorio trentino si presenta, a grandi linee, ripartito in tre grosse aree dialettologiche: quella occidentale, appartenente al sistema galloitalico contraddistinta da forti influssi del dialetto lombardo orientale, quella orientale, caratterizzata invece da un dialetto schiettamente veneto, e quella centrale, che un tempo era più simile alle valli occidentali, oggi in avanzata fase di venetizzazione (Bonfadini 1983, p. 45).

In senso stretto è il gruppo centrale a potersi definire dialetto trentino per antonomasia, essendo parlato anche nella città di Trento; inoltre gli altri due gruppi (occidentale ed orientale) appartengono senza soluzione di continuità ai continui linguistici lombardo e veneto, quantunque anche il gruppo centrale, nonostante le sue peculiarità evidenti, per ragioni morfologiche e lessicali possa essere ricondotto al sistema linguistico veneto più che a quello galloitalico a cui appartiene anche il lombardo.

Al Trentino centrale appartengono, dal punto di vista dialettale, il Basso Sarca, la Val d’Adige fino al confine linguistico, Cembra, Baselga di Pinè e Bedollo nonché i paesi che formano l’altipiano di Pinè, il Perginese, Folgaria e Lavarone, Vallarsa e Terragnolo, il Cavedinese con Vezzano e Terlago, le Giudicarie di qua dal Durone.” (Tomasini 1960, p. 87-88.). Da questa ampia area dialettale si stacca però la Valle dell’Adige al di sotto dei Murazzi “perché la parlata lagarina presenta tratti veronesi, […] che diventano ancora più evidenti nella parte bassa, tanto che definirei” – scrive la Anzilotti – “la parlata un dialetto trentino meridionale, di passaggio cioè fra il trentino centrale e il veronese, talora più vicino a questo che a quello.” (Anzilotti 1992, p. 8. Cfr. anche Zamboni 1977, p. 46). Altre caratteristiche linguistiche diffuse nel territorio trentino sono inoltre quelle cosiddette alpine o semiladine, derivate da un influsso o substrato retoromanzo. Si tratta di caratteristiche che tuttavia possono interessare tutto l’arco alpino, si riscontrano infatti in piccola misura anche nelle valli provenzali e franco-provenzali del Piemonte, e sono ben evidenti nel lombardo di Sondrio e Bormio, oltre che ovviamente nella lingua ladina, in quella friulana ed in quella romancia. In Trentino sono presenti in Val di Non, in Val di Sole, in Val Rendena, nella Val di Ledro superiore, quindi all’interno del gruppo dialettale occidentale di tipo lombardo: con similitudini che nella fattispecie sembrano rimandare più all’area romancia che a quella ladina delle dolomiti. I principali tratti alpini-retoromanzi sono la palatalizazione di CA e GA latino in cia e gia, la conservazione dei nessi con L, la velarizzazione di L preconsonantica e il passaggio di QU a c ([k]).

Lo studioso di dialetti trentini Bruno Groff, ha individuato almeno 400 parole di origine tedesca, frutto della secolare dominazione austriaca oltre che del generalizzato contatto con le popolazioni germanofone, quest’ultimo comune a molte aree alpine. Alcune parole derivano direttamente dal tedesco, altre dall’Antico e Medio Alto tedesco, altre dal Gotico o dal Tirolese. Le più conosciute di queste parole sono forse i nomi canederli (dal tedesco “Knödel”, var. “Knöderl”), sgnàpa (grappa, dal tedesco “Schnaps”), matèla (dal tedesco tirolese “Madel”).

Le coniugazioni nei dialetti trentini sono tre: -ar,-er,-ir. Come tutte le lingue parlate i dialetti trentini possiedono verbi irregolari come: dir(dire), bever(bere) ecc.

Queste sono le declinazioni regolari del presente indicativo attivo:

magnar (mangiare), meter (mettere), sentir (sentire), èser (essere), aver (avere)

mi magno, mi méto, mi sènto, mi son/sont, mi g’ho;

ti te magni/magne, ti te méti/méte, ti te sènti/sénte, ti te séi/sé, ti te g’hai/g’è,

lu/elo ‘l magna, lu/elo ‘l méte, lu/elo ‘l sènte, lu/elo ‘l è, lu/elo ‘l g’ha,

ela la magna, ela la méte, ela la sènte, ela la è, ela la g’ha;

noi magnan/magnam/magnen/magnem, noi métén/métém, noi sentìn/sentìm, noi sén/sém, noi g’aven/g’avem, voi magnè, voi meté, voi sentì, voi sé, voi g’avé,

lori i magna lori i méte lori i sènte lori i é lori i g’ha

lore le magna lore le méte lore le sènte lore le é lore le g’ha

Le terminazioni dei sostantivi sono diverse; queste sono le principali:

cunèl (coniglio), cortèl (coltello) con plurale in I al posto della L: cunèi, cortèi;

in consonanti varie: alber (albero), cagn (cane) con al plurale aggiunta di i: alberi, cagni;

per i nomi terminanti in vocale il plurale è come in italiano es: es gata (gatta, ma anche “groviglio di polvere”) diventa gate.

I dialetti trentini nel mondo

I dialetti trentini sono ancora parlati in alcune colonie fondate dagli emigranti trentini che partirono dal Trentino tra 1875 e 1914. Queste isole linguistiche si conservano soprattutto in Brasile ed in Argentina. In alcune città brasiliane come Rio dos Cedros, Rodeio, Nova Trento e Piracicaba (Colonia Tirolesa) i dialetti trentini sono infatti ancora parlati dai discendenti (anche se non vengono riconosciuti come lingua ufficiale) e vengono detti dialèt tirolés.

Nell’attuale Bosnia ed Erzegovina sorge il villaggio di Stivor, i cui abitanti discendono da emigranti della Valsugana, che partirono nei tempi in cui il Trentino (allora Tirolo Italiano) era parte dell’Impero Austroungarico, che comprendeva anche la Bosnia.

(Da Wikipedia)

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Nel Dizionario trentino – italiano di Lionello Groff del 1955 ho trovato una interessante ricerca sul nostro dialetto che ho pensato possa interessare chi vuole approfondire l’argomento.

Indagini sul dialetto
Le indagini si fondano su una richiesta fatta da luogotenenti del
Regno Italico ancora nel 1810. Partendo da quella richiesta, all’abate
Francesco Lunelli venne l’idea di raccogliere in uno stesso lavoro la parabola
del Figliuol Prodigo (che era stata data come base della detta
richiesta governativa) nei vari dialetti trentini di tipo « alpino arcaico,
trentino-lombardo e trentino» (così scrive il prof. Lorenzi nella sua « Toponomastica
Mòchena » a pag. 130 e segg.). Gli esempi sono contenuti
nel manoscritto n. 2874 della Biblioteca Comunale di Trento sotto il titolo« Appunti e materiale da servire ad una storia dei dialetti del Trentino »
(Raccolta dell’abate Lunelli effettuata fra gli anni 1840 e 1848).
Nel manoscritto, per quanto c’interessa, è esposto il primo versetto
della parabola in 33 dialetti trentini, ed il Lorenzi lo ripete per intero
nella forma originale secondo i dati pervenuti al Lunelli dalle varie vallate
della nostra Regione.
Riproduciamo anzitutto il versetto in lingua italiana, nella traduzione
in dialetto trentino, e quindi nelle variazioni (nei confronti di questo)
che scaturiscono dall’esame degli altri 32 dialetti: «Una volta c’era un
uomo che aveva due figli e il più giovane di essi disse a suo padre:
padre, datemi la parte che mi spetta ».
Dialetto trentino (del Lunelli stesso) : Gh’era n’om chel gaveva do
fioi e ‘1 pu zoven de lori l’ha dit a so pare: Pare, demme for la me part
che me tocca.
Lo stesso testo troviamo nelle segnalazioni da Rovereto, Ala, Lavarone;
in quelle da quest’ultima località, una sola parola diversa dal trentino.
cioè « s’è cazzà (‘n testa) », frase tuttavia comune nel territorio di Trento.
Ad Arco c’è « gaeva », ad Ala « gavea », al posto di « gaveva ».
Nelle segnalazioni dalla Valsugana, Levico, Borgo, Castello e Pieve
Tesino, Primiero si possono rilevare le seguenti modificazioni: 1) omo
per om; 2) dovane per zoven; 3) dito per dit; 4) vegneva per vegniva
(ghe tocca); zovene per zoven; 6) na olta per na volta; 7) el pi zoven
per el pu zoven.
Per Cembra, Sover, Cavalese, Predazzo: 1) na otta per na volta;
2) desémme per demme (datemi); 3) gabù per avù (ma gabù c’è anche
per Trento); 4) gioven per zoven; 5) dei ei per de lori.
Per Mezzolombardo, Mezzocorona, Cles, Fondo, Flavon, Male, Monclassico,
Pellizzano (siamo già nei territori del « noneso e solandro»), si
trovano: 1) el ghieva, el ghia per el gaveva; 2) fiuei e fieui per fioi (ma
fieui si dice anche a Trento, almeno in campagna) ; 3) gioen e gioven per
zoven; 4) ghiera per ghera; 5) ston per sto (Trento stago); 6) datme e
demme per deme (datemi); 7) na bota, en bot per na volta; 8) chiasa per
casa; seui per sòi (ma anche a Trento, contado, seui); 10) preghià per
pregà); 11) tochiava per locava; 12) l’ha bu per gà avù; de chei per de
lori; 14) deme feur per deme fora (ma feur c’è anche a Trento).
Per Pinzolo, Tione, Stenico, quanto segue: 1) omèn per omo; gheva
e gava per gaveva; 3) giùen, gion, gioven, zoen per zoven; 4) du per doi;
5) ch’im per che mi.
Storo, Valvestino, Val di Ledro: 1) na olta, na aulta per na volta;
2) eum per un; 3) umen, omèn, omon per omo; 4) gaa, geva per gaveva;
dou per do (due); 6) feul per fìòl; 7) pien per pu; 8) iouen, giuen, giuan,
gioan, per zoven; 9) de quesç, quisç per questi; 12) de ei per di loro;
13) porziù per porzione.
Valle di Fassa (alta), Badia, Gardena: qui siamo già nel ladino, malgrado
il Lunelli abbia compreso queste valli nelle 33 località del manoscritto.
Un confronto perciò colle altre 30 ci porterebbe troppo lontano.
Ommetto anche Livinallongo (quasi ladino) e Ampezzo che va piuttosto
nel veneto alto.
Considerando ora gli esempi sopra esposti e tenendo pur conto che
si tratta di un semplice versetto di poche righe, dobbiamo concludere
che la base di tutti è la « trentina » nelle sue forme più o meno mutilate
delle parole della lingua italiana scritta. Poche parole di vernacolo (gergo)
puro locale o anche trentino vi si riscontrano; moltissime altre poi
sono vicendevolmente comuni con le altre località, anche se lontane una
dall’altra. Di diverso non troviamo lungo tutta la rassegna che tre parole:
babà per papà, quiesç per questi, e porziù per porzione.



Ancora all’inizio del secolo scorso era d’obbligo usare certe regole nel rivolgere la parola alle persone. I figli dovevano rivolgersi al papà e alla mamma dicendo: voi pare o voi mare. Il era riservato alle persone di un certo rango: lu inzegner, lu sior maestro, lu sior dotor. A tutti gli altri il ti, ti Cianci, ti Gelsomina.

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